Le finestre senza vetri né serrande ammirano il mare agitato d’inverno, i murales di Ettore De Conciliis osservano pensierosi la solitudine di quelle stanze, erbacce e rovi seppelliscono i tavoli in pietra e gli scheletri arrugginiti di quelli che una volta erano giochi per bambini. Sentendo pezzi di vetro e mattoni rotti scricchiolare a ogni passo, curiosando dentro saloni devastati con le pareti scrostate e vandalizzate, si fa fatica a immaginare che lì, in cima a una collinetta con vista mozzafiato sul golfo di Castellammare, fino a 12 anni fa premi Nobel e filosofi, poeti e pittori camminavano a braccetto, conversando alla pari con bambini e pescatori, contadini e analfabeti.
Nella storia civile del nostro Paese la figura e la storia di Danilo Dolci restano ancora poco esplorate. Esse invece possono dare oggi un insegnamento per un’incisiva azione di cambiamento sociale, in particolare nel Meridione d’Italia. La scarsa diffusione di un metodo di azione sociale originalissimo, quale fu quello sperimentato con successo da Danilo Dolci per circa trent’anni in Sicilia e la contestuale mancanza di un radicamento della cultura nonviolenta nel Sud Italia, possono ricercarsi anche nel difficile rapporto tra questo grande testimone del nostro tempo e la Chiesa cattolica.
E’ ancora troppo presto (Dolci è morto il 30 dicembre 1997) perché sia possibile produrre una indagine storiografica approfondita sui rapporti tra Danilo Dolci, le sue teorie e azioni di trasformazione sociale (specialmente nei paesi delle valli dello Iato e del Belice). e il movimento anarchico. Tuttavia alcuni punti si possono fin da ora fissare, tra i quali non va taciuto, per cercare di interpretarlo criticamente, il reciproco disinteresse degli ultimi vent’anni.
Danilo Dolci nel 1956 a Partinico stava ristrutturando una strada dissestata come forma di protesta. Una sorta di sciopero attivo, una rivolta rovesciata. Se a Sud si doveva marcire nella disoccupazione, Dolci proponeva di attivarsi, iniziare a fare, rendere accessibile ciò che non lo era. Iniziare a farlo ristrutturando strade, quelle che avrebbe dovuto mettere a posto il comune. Lo faceva lui assieme ai suoi disoccupati.
Quando vivevo a Palermo la mafia non si nominava nemmeno. Se qualcuno, magari uno straniero, chiedeva: «ma la mafia cos´è?» la gente rispondeva: «la mafia non esiste, è un´invenzione della stampa». Io sono cresciuta con questa idea che la mafia fosse un non detto, una non realtà, qualcosa su cui si fantasticava ma era più una leggenda che altro. Naturalmente sulla leggenda si incrostano i miti, le favole, le distorsioni dell´immaginazione.